
La parola ghetto è stata presente nei titoli dei giornali attraverso un'espressione molto contemporanea: classi-ghetto. Ma dietro quelle sei lettere c'è una storia lunga cinque secoli, cominciata in un luogo preciso di Venezia. Ed è una storia singolare, perché una parola nata come nome di un luogo è diventata nel tempo il nome universale della segregazione.
Per ritrovarne l'origine bisogna andare a Cannaregio, nella Venezia del Cinquecento. In quella zona della città si trovavano delle fonderie: il veneziano geto o gheto, collegato a gettare, indicava proprio il luogo in cui veniva fuso, “gettato”, il metallo. Il nome esisteva quindi prima che assumesse il significato che oggi conosciamo.
La svolta arrivò nel 1516. La Repubblica di Venezia stabilì che gli ebrei dovessero risiedere in un'area separata della città, nel cosiddetto Ghetto Nuovo. La zona veniva chiusa durante la notte e la permanenza al suo interno era sottoposta a precise restrizioni. Il nome geografico cominciò così a identificare non più soltanto un luogo, ma una particolare forma di separazione imposta.
È importante una distinzione: quartieri abitati prevalentemente da comunità ebraiche esistevano già altrove in Europa, anche prima del 1516. Non tutti, però, erano luoghi di residenza coatta e non venivano chiamati ghetti. È Venezia a fornire la parola che successivamente si sarebbe diffusa ben oltre i confini della città e dell'Italia.
Nel corso del Cinquecento il termine cominciò infatti a essere utilizzato per altri quartieri nei quali gli ebrei erano obbligati a risiedere. A Roma la segregazione fu imposta nel 1555; seguirono, in epoche diverse, altre città italiane. Una parola veneziana era ormai diventata il nome di un'istituzione.
I secoli successivi le avrebbero attribuito un peso storico ancora più drammatico. Nel Novecento il termine ghetto fu utilizzato anche per le aree nelle quali i nazisti concentrarono e segregarono le popolazioni ebraiche nell'Europa occupata. È una parte della storia della parola che rende inevitabilmente molto forte il suo valore evocativo ancora oggi.
Ma intanto era avvenuto anche un altro cambiamento: ghetto aveva cominciato ad allontanarsi dal suo significato storico più specifico.
La parola è stata progressivamente applicata a quartieri nei quali vivono gruppi socialmente o economicamente emarginati e poi, per estensione, a situazioni che non hanno necessariamente a che fare con un quartiere. Il vocabolario registra infatti anche il significato figurato di condizione di isolamento, emarginazione o inferiorità sociale.
È da questo passaggio che nascono espressioni ormai familiari come quartiere-ghetto, scuola-ghetto o classe-ghetto. Il ghetto, linguisticamente, non deve più avere cancelli, mura o confini visibili: basta che esista una separazione percepita come capace di isolare un gruppo dal resto della comunità.
Ed è proprio questo significato figurato a spiegare il ritorno della parola nelle cronache di questi giorni, nel dibattito sulle cosiddette classi-ghetto. In questo uso il termine non identifica naturalmente il ghetto storico veneziano: viene impiegato come metafora dell'isolamento e della separazione.
La forza dell'espressione deriva però proprio dalla storia che porta con sé. Dire semplicemente classe separata, classe omogenea o classe con un'alta concentrazione di un determinato gruppo di studenti non produce lo stesso effetto. La parola ghetto aggiunge immediatamente l'idea dell'esclusione e, proprio per questo, nel dibattito pubblico non è mai una scelta lessicale neutra.
È forse questa la parte più interessante della sua vicenda. Il significato si è allargato enormemente, ma qualcosa dell'origine è rimasto intatto: l'idea di un confine che divide chi sta dentro da chi sta fuori.
Poche parole mostrano con altrettanta chiarezza come un nome possa staccarsi dal luogo in cui è nato e attraversare lingue, paesi e secoli. Ghetto è partito da una zona di Venezia legata alle fonderie ed è diventato una parola internazionale. Oggi può indicare persino un confine invisibile, sociale o culturale, ma continua a raccontare, in fondo, la stessa cosa: una separazione che non è soltanto geografica.
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